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Il conflitto dimenticato del Darfur

Storia e situazione attuale del tragico conflitto che da anni sta sconvolgendo il Sudan,e che per troppo tempo è rimasto ignorato.

1 Gennaio 2008.

Fonte: http://www.senato.it/

Il Darfur e' una regione del Sudan confinante con il Ciad, la Repubblica Centroafricana e - per un breve tratto - con la Libia. Estesa circa 500 mila kmq (superficie equivalente a quella della Francia) ha una popolazione di circa 6 milioni di abitanti che svolge prevalentemente attività agricola e pastorale. Non ha grandi centri urbani. Il suo territorio è costituito in gran parte da un altipiano che culmina nella parte centrale nel massiccio del Jebel Marra (3.071 metri d'altezza). Tradizionalmente la principale risorsa del Darfur è la terra, ma tale risorsa si è gradualmente ridotta a causa della siccità, dell'aumento della popolazione e delle greggi, della tendenza alla sedentarizzazione dei nomadi. Ed è proprio la questione dell'affermazione dei diritti sulla terra - come si illustra di seguito - la principale causa del conflitto in corso ormai da quattro anni. Occorre comunque ricordare che il sottosuolo contiene petrolio e importanti giacimenti di uranio e rame. Pertanto anche la prospettiva del controllo di tali risorse alimenta i conflitti interetnici in corso. La popolazione è in maggioranza di religione musulmana (come nel resto del nord del Sudan) salvo una minoranza nel sud della regione di religione animista. Sul piano etnico, invece, la maggioranza appartiene a gruppi non arabi (Masalit, Fur, Zaghawa, ecc). Esiste poi una minoranza appartenente a gruppi arabi (Misirya, Zeyadiya, Maaliya, ecc.) che però tradizionalmente è maggioritaria nella classe politica. Storicamente, il sultanato del Darfur raggiunse la massima potenza tra la fine del XVII ed il XVIII secolo. Inglobato nell'Egitto nel 1874, fu coinvolto nella rivoluzione mahdista, riottenendo, nel 1898, una certa indipendenza, fino all'incorporazione nel Sudan nel 1917.


Le origini della tensione nel Darfur

Il conflitto del Darfur, in essere dal gennaio 2003, ha matrice economica (il possesso della terra) e tribale, connesso alla storica rivalità interetnica tra pastori arabi (prevalentemente) nomadi e agricoltori ed allevatori neri (prevalentemente) stanziali. Questi ultimi tradizionalmente marginalizzati dal governo sudanese (egemonizzato dai gruppi arabi). Si ricorda che tensioni - spesso sanguinose - fra popolazioni sedentarie e nomadi interessano l'intera fascia sudano-saheliana (dalla Mauritania, al Mali, fino al Sudan) e che conflitti per il possesso della terra - e quindi collegati da un lato alla desertificazione e dall'altra ai grandi processi di esplosione demografica e urbanizzazione forzata - interessano numerose aree del continente africano (Zimbabwe, Costa d'Avorio, Sud Africa, Namibia), oltre ad avere interagito con altre cause (tribali o religiose) anche in altri grandi conflitti del recente passato (a partire dal Ruanda). In Darfur, in particolare, quasi tutte le popolazioni non arabe sono fortemente interessate al mantenimento dei diritti tradizionali sulla terra, basati sul sistema dei dar (paesi o terre in arabo) e degli hawakir (territori). Contro tali diritti tradizionali si è iniziata ad imporre (con la violenza, a partire dal 2003) una pretesa delle popolazioni nomadi arabe di disconoscere tali diritti e di sedentarizzarsi su territori la cui proprietà era riconosciuta ad altri (secondo il diritto consuetudinario tradizionale). Diversamente da quanto accadde per la seconda guerra civile sudanese (finita nel gennaio 2005), che vide contrapposti il nord, prevalentemente mussulmano, e il sud, cristiano e animista, nel Darfur la maggior parte della popolazione è mussulmana. Informazioni approfondite e dettagliate sul conflitto e sulle sue origini sono reperibili all'indirizzo: http://www.savetherabbit.net/darfur/, sito del movimento on-line per la promozione dei diritti umani in Darfur, Italian Blogs for Darfur, nato nel 2006. Particolarmente significativa è la campagna promossa dal movimento affinché venga dato più spazio all'informazione sul Darfur sulle principali emittenti radiotelevisive. Secondo uno studio condotto da Medici senza Frontiere e Osservatorio di Pavia, infatti, nel 2005 solo un'ora è stata dedicata all'informazione sul conflitto in Darfur. In Europa, il movimento Sauver Le Darfour http://www.sauverledarfour.org svolge un'intensa campagna di mobilitazione. I comunicati stampa di questo sito internet sono molto autorevoli.


Il conflitto

La ribellione sorta negli ultimi quattro anni (febbraio 2003) e' condotta principalmente dai gruppi ribelli dell'Esercito di Liberazione del Sudan (Sla), del Movimento per la giustizia e l'equita' (Jem) e dal minoritario Movimento nazionale per la riforma e lo sviluppo (Mnrd). La crisi si è sviluppata attraverso alterne vicende, e ha registrato diversi tentativi di mediazione, effettuati da alcuni paesi occidentali e, soprattutto, dall'Unione africana. In tal modo si è riusciti ad ottenere dalle parti in conflitto la sottoscrizione di un cessate il fuoco per rendere possibile l'aiuto umanitario alle popolazioni coinvolte, ma non si è raggiunto un accordo di pace definitivo. La crisi ha prodotto fino ad oggi circa 2,5 milioni di sfollati e rifugiati (in particolare nel Ciad, dove si conta circa mezzo milione di rifugiati), nonché tra le 180 e le 300 mila vittime (stime Nazioni Unite), mentre la maggior parte delle ONG stima un numero totale di morti vicino ai 400.000, su una popolazione di circa 6 milioni di persone. L'attività del Consiglio di sicurezza riguardo al Darfur è stata, in una prima fase, condizionata dalla posizione di Cina e Russia, ma anche di Pakistan ed Algeria, tendenzialmente contrari all'adozione di sanzioni contro il governo sudanese, accusato da più parti di sostenere i pastori nomadi arabi, ed in particolare i famigerati "Janjaweed", i "diavoli a cavallo", responsabili di indiscriminati attacchi contro la popolazione civile. Con la risoluzione n. 1564 del 2004, il Consiglio di Sicurezza ha espresso grave preoccupazione per la situazione in Darfur e ha prospettato la possibilità di prendere in considerazione l'adozione di sanzioni contro il Sudan, qualora il governo non avesse ottemperato alla richiesta di fornire sicurezza alla popolazione civile e di disarmare le milizie musulmane responsabili delle violenze, assicurando i responsabili alla giustizia. La risoluzione ha inoltre istituito una Commissione con l'incarico di indagare sulla portata e la natura dei crimini commessi in Darfur, che gli Stati Uniti avevano espressamente qualificato in termini di genocidio. Le violenze sono tuttavia proseguite, e ciò anche dopo la firma, il 9 novembre 2004 ad Abuja, sotto l'egida dell'Unione africana, di un protocollo di sicurezza tra le delegazioni dei ribelli del Darfur ed i responsabili del governo sudanese.
Il 1° febbraio 2005 è stato reso pubblico il rapporto della Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite, presieduta dal giurista Antonio Cassese. Pur non minimizzando assolutamente la portata degli eventi, il documento escludeva che fosse in atto un vero e proprio "genocidio" secondo il diritto internazionale, ossia un'azione sistematica posta in essere dal governo e motivata dall'odio etnico (il termine viene invece adoperato da numerosi governi, fra cui, principalmente, quello statunitense). Venivano denunciate, tuttavia, gravi violazioni dei diritti umani, e si suggeriva di affidare alla Corte penale internazionale il compito di giudicarli, nonché di prendere in considerazione l'adozione di sanzioni contro il Sudan. L'attenzione della Comunità internazionale e del Consiglio di sicurezza, peraltro, è sembrata in questa fase prevalentemente concentrata sui progressi del processo di pace tra il governo sudanese ed il movimento di liberazione del Sud del paese, destinato a sfociare nella firma di un accordo di pace, nel mese di gennaio del 2005. Tuttavia, il perdurare di una situazione di conflitto ha indotto il Consiglio di sicurezza ad approvare le risoluzioni 1591, del 29 marzo, e 1593, del 31 marzo 2005. La prima risoluzione, approvata con l'astensione di Russia, Cina ed Algeria, deplora il comportamento del governo e delle forze ribelli e condanna le ripetute violazioni degli accordi sul cessate il fuoco e dell'accordo di Abuja, disponendo l'adozione di sanzioni mirate contro individui colpevoli di atrocità o di aver compromesso il processo di pace, che devono essere individuati da un Comitato ad hoc. La risoluzione 1593, adottata con l'astensione di Stati Uniti, Cina, Brasile ed Algeria, autorizza, invece, il deferimento degli imputati di crimini di guerra nel Darfur alla Corte penale internazionale dell'Aja.
La fine della guerra civile nel Sudan meridionale (gennaio 2005) è apparsa in grado di condizionare anche la situazione in Darfur. In particolare, il leader dell'Esercito polare di liberazione del Sudan, John Garang, divenuto il 9 luglio del 2005 Vice Presidente del Sudan in seguito alla firma degli accordi di pace, si era posto l'obiettivo di concorrere alla pacificazione del Darfur e di rappresentare le istanze anche di quelle popolazioni. La morte dello stesso Garang, avvenuta il 30 luglio 2005 scorso a causa della caduta dell'elicottero sul quale viaggiava, ha concorso quindi a rendere incerte le prospettive del Darfur e dell'intero Sudan. Garang è stato in ogni caso tempestivamente sostituito alla vicepresidenza dal suo numero due, Salva Kiir Mayardit, con il benestare del presidente sudanese Omar el-Bashir. Il governo sudanese ha inoltre nominato una Commissione d'inchiesta per fare piena luce sull'incidente che ha portato alla morte di Garang. Un rapporto del 29 luglio 2005 dell'Alto Commissario ONU per i diritti umani, intitolato "Accesso alla giustizia per le vittime di violenze sessuali", ha denunciato il proseguire degli stupri nel Darfur, spesso ad opera di poliziotti e militari, che rimangono per lo più impuniti grazie all'atteggiamento connivente delle autorità, con la mancata annotazione delle denunce o con intimidazioni verso le vittime. Il governo sudanese ha istituito una Corte penale speciale - la cui autorità è contestata dai ribelli del Darfur -, con l'intento di applicare una giurisdizione interna e prevenire quella eventuale della Corte penale internazionale: il 13 agosto 2005 la Corte sudanese ha condannato tre membri delle forze armate a cinque anni di carcere, con l'accusa generica di aver commesso atti di guerra. Nel settembre 2005 ad Abuja (Nigeria) sono ripresi i colloqui di pace sul Darfur sotto l'egida dell'Unione africana, peraltro senza grandi aspettative: il governo unitario sudanese, infatti, subentrato dopo gli accordi del gennaio 2005, si trovava all'epoca ancora in una fase di impasse dopo la morte di John Garang, e le stesse forze ribelli del Darfur registravano forti divisioni interne. La situazione sul campo intanto è rimasta sempre molto difficile, anche se una certa diminuzione delle violenze più efferate ha distolto in gran parte l'attenzione internazionale.
Nell'autunno 2005 si è anche svolta una missione nella regione dell'Alto rappresentante per la PESC Solana, che ha toccato il Sudan (incluso il Darfur) e il Ciad, dove si trovano circa 230.000 profughi del Darfur.


L'accordo del maggio 2006

Dopo un ulteriore periodo di negoziati ad Abuja, il 5 maggio 2006 è stato raggiunto un accordo tra il Governo sudanese e l'ala maggioritaria del più importante dei movimenti ribelli del Darfur, l'Esercito di liberazione del Sudan (SLA); in base all'intesa il Governo di Khartoum dovrà procedere a disarmare le milizie janjaweed, mentre i guerriglieri del SLA - al cui disarmo provvederà il contingente dell'Unione Africana - saranno poi incorporati nell'esercito del Sudan. Sono previsti aiuti internazionali immediati e poi con cadenza annuale. Il punto debole dell'accordo sta nel non esser stato siglato dagli altri due movimenti della guerriglia, e nel clima di perdurante violenza e dramma umanitario nel quale si dovrebbe procedere all'attuazione di esso. Risale, infatti, al periodo immediatamente successivo all'accordo una intensificazione delle pressioni dell'ONU e degli Stati Uniti per l'invio nel Darfur di caschi blu delle Nazioni Unite, a rilevare la debole presenza dell'Unione africana con un contingente doppio (14.000) uomini di quello dispiegato dalla UA.
Oltre a scontri dei ribelli con le truppe dell'UA, attacchi contro gli operatori umanitari delle Organizzazioni non governative (Ong), e nei confronti dei membri della missione Onu nel paese (Unmis) non si sono mai interrotti. Sostanzialmente, la questione sorta a seguito della conclamata insufficienza dell'accordo del maggio 2006 e del perdurare dei massacri perpetrati dagli Janjaweed è quella di un invio di una forza ONU e dell'opposizione del governo sudanese (sostenuto dalla Lega araba) a tale invio.


Cronologia degli eventi più recenti

Il 1° giugno 2006 è scaduto il termine ultimo posto dalla UA ai due gruppi ribelli del Darfur che non avevano firmato l'accordo di maggio per associarsi all'intesa: si tratta dell'ala minoritaria del SLA e del JEM (Movimento per la giustizia e l'uguaglianza), di matrice musulmana. Il 2 luglio l'Unione africana ha accettato la proposta dell'ONU per un prolungamento a tutto il 2006 del mandato della propria forza di peace-keeping, altrimenti in scadenza il 30 ottobre 2006: la mossa delle Nazioni Unite è stata resa necessaria da perdurare dell'opposizione sudanese al dispiegamento dei caschi blu ONU. Il 17 agosto 2006 la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno ufficialmente presentato una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell'Onu in cui si chiede l'invio di 17 mila caschi blu nel Darfur. Il governo del Sudan si e' detto fermamente contrario alla proposta. Il 31 agosto il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha approvatola risoluzione 1706 (2006) che prevede l'invio di una forza internazionale di pace nella provincia del Darfur in Sudan. La risoluzione precisa che le truppe (fino a 22.500 uomini) non saranno dislocate senza un esplicita luce verde da parte del governo di Khartoum. Hanno votato a favore 12 paesi, tre paesi (Russia, Cina e Qatar si sono astenuti). Anche se la risoluzione non necessita dell'autorizzazione del governo sudanese, il dispiegamento delle truppe delle Nazioni Unite non è di fatto praticabile senza il consenso dello stato africano. A settembre, in una riunione organizzata dall'ex ambasciatore degli Stati Uniti all'ONU, John Bolton, lo scrittore ebreo Elie Wiesel e l'attore George Clooney chiedono l'invio delle forze ONU in Darfur, mentre il premio Nobel per la pace Desmond Tutu chiede l'applicazione di sanzioni al Sudan come risposta al rifiuto dell'intervento dei caschi blu. La richiesta al Governo sudanese di accettare le forze ONU è formulata anche dai Ministri degli Esteri dell'UE nella riunione del 15 settembre a Bruxelles. Nello stesso mese Bush ha nominato Andrew Natsios suo rappresentante speciale per il Darfur. Ottobre. Gli Stati Uniti confermano le sanzioni economiche al Sudan per il genocidio in Darfur introducendo un nuovo embargo su tutte le transazioni nel settore petrolifero e petrolchimico. Il decreto mantiene il congelamento di tutti i fondi detenuti dal regime sudanese negli Usa imposto da Bill Clinton nel 1997. 16 novembre. Ad Addis Abeba si è riunito un vertice ONU cui hanno preso parte rappresentanti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, UE, UA (che a sua volta ha invitato Libia, Nigeria, Ruanda, Senegal e Sudafrica), Lega Araba, Egitto e Gabon. Tutte le parti presenti al vertice di Addis Abeba hanno convenuto - in linea di principio - sulla ipotesi della forza ONU, ma non sono state superate alcune divergenze riguardanti le dimensioni e la natura della missione. Secondo il governo sudanese la forza ONU non dovrebbe superare le 11/12.000 unità (prevalentemente, se non esclusivamente, formata da truppe africane); dissenso è stato anche espresso sulla ipotesi dell'invio di una forza di 3.000 uomini con fonzioni di polizia.
Alla fine di dicembre il nuovo Segretario Generale dell'ONU Ban Ki-moon - nell'esporre le sue linee programmatiche alla vigilia dell'insediamento nella nuova carica - ha posto il Darfur, insieme al contenzioso nucleare che riguarda la Corea del Nord in cima alle priorità dell'agenda ONU. Il 28 dicembre il Presidente del Sudan Omar Al Bashir ha sottoscritto l'accordo per il dispiegamento di una forza ibrida ONU-UA. Il 17 gennaio 2007 il Consiglio di sicurezza delle NU ha richiesto - attraverso una dichiarazione presidenziale (non vincolante) - che una forza multinazionale per il Darfur, in Sudan, sia pronta entro un mese. La dichiarazione è stata approvata all'unanimità. Tale documento - sottolineata la circostanza che l'instabilità ai confini di Sudan, Ciad e Repubblica centrafricana si e' fatta insostenibile, mettendo a repentaglio la vita della popolazione civile ed impedendo le operazioni umanitarie - invita il il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, a mettere a punto per la meta' di febbraio la dimensione, la struttura della forza oltre a definire il mandato della missione delle Nazioni Unite. Il 2 febbraio si è svolta la visita in Sudan del Presidente cinese Hu Jintao. Si ricorda che la Cina è in grado oggi di esercitare una fortissima influenza sul governo sudanese: in primo luogo in quanto con il proprio veto in Consiglio di Sicurezza ha più volte impedito l'applicazione di sanzioni (garantendo peraltro ingenti forniture di armi); inoltre, la Cina è destinataria di oltre il 60 per cento delle esportazioni di greggio sudanese, in uno scenario in cui gli scambi commerciali tra Cina e paesi africani sono in continua crescita e hanno toccato nel 2006 il livello record di 50 miliardi di dollari.

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